COSA RESTERA’ DEL CICLOCROSS

di Carlo Gugliotta

Conclusi i mondiali di ciclocross, con dei responsi molto significativi (due maglie iridate per la Gran Bretagna, tre per il Belgio) ci spingiamo ora, a tutti gli effetti, verso la stagione di mountain bike e strada.

Ma cosa resterà del ciclocross? Veramente vogliamo abbandonarlo e rispolverarlo solo a fine settembre, anzi a inizio ottobre, oppure facciamo pure a novembre, perché ormai la stagione del ciclismo su strada è talmente tanto lunga che si sta fermi solo una settimana l’anno?

 

Ne ho lette e sentite di tutti i colori in questi due giorni nei quali si sono disputati i mondiali di Valkenburg: c'è chi parla di percorsi italiani non all’altezza, chi scrive di una nazionale azzurra deludente, chi afferma che bisogna prendere esempio dalle altre nazionali. Ma io dico che la verità è un’altra.

 

Iniziamo subito dicendo che la trasferta azzurra, a mio modo di vedere, non è andata male. La nazionale italiana guidata da Fausto Scotti torna a casa con 4 piazzamenti nella top 10 su 5 gare disputate. E’ chiaro che da qualche atleta ci si aspettava qualcosa di più, in primis da Eva Lechner, che sul podio del mondiale ci è già salita nel 2014. Ma è anche vero che si sono stati atleti che sono andati meglio di ogni più rosea previsione, su tutti Gioele Bertolini, sesto al primo anno da elite, e Sara Casasola, nella top 10 delle Under 23 al termine di una stagione vissuta tra alti e bassi.

 

Il problema sorge ora: questi ragazzi si divideranno tutti tra strada e mountain bike, qualcuno farà entrambe le discipline. E il ciclocross? Gli allenamenti dovranno per forza riprendere ad agosto? La corsa a piedi, la tecnica di guida, gli allenamenti specifici, che fine faranno?

 

In Italia manca, purtroppo, una programmazione a lungo termine. Finita la stagione di ciclocross, non si pensa più alla disciplina invernale. E non sono pochi i tecnici che lamentano proprio questo, anche perché non c’è la possibilità di seguire gli atleti tutto l’anno.

 

E quindi mi pongo una prima domanda, che mi sono posto anche nel mio libro sul ciclocross, “Pedalare nel fango”: quando nascerà una squadra, anche in Italia, che seguirà gli atleti per tutto l’anno? Noi abbiamo la formula del prestito temporaneo: durante l’inverno si corre con una squadra che fa solo ciclocross e d’estate si corre con un altro team. Allenatori diversi, bici diverse, obiettivi diversi. Perché non sempre gli obiettivi della strada e della mtb coincidono con quelli del ciclocross, anzi: non coincidono quasi mai. Ed ecco qui che nascono i conflitti tra tecnici, perché fino a che un corridore veste una divisa deve raggiungere certi obiettivi, quando invece passa in prestito nell’altra squadra ne deve raggiungere altri.

 

Wout Van Aert viene seguito tutto l’anno sempre dagli stessi tecnici. La Veranda's Willems-Crelan, tra l’altro, è stata invitata a partecipare alla Parigi-Roubaix, e il tre volte campione del mondo di ciclocross parteciperà alla classica delle pietre, proprio come fece in passato Zdenek Stybar. I tecnici della Corendon – Circus, invece, continueranno a seguire Mathieu Van Der Poel anche per la stagione estiva, sia su strada che in mountain bike. Non dimentichiamo che su strada i due mattatori del ciclocross hanno dato filo da torcere anche a corridori specialisti delle classiche di un giorno come Philippe Gilbert.

 

Capisco che questi due ragazzi sono due fenomeni assoluti del ciclismo, però non è proprio possibile istituire una squadra che riesca a seguire tutto l’anno i propri corridori, pianificando gli obiettivi per tutto l’anno?

 

Nel frattempo continuiamo a dare fiducia al commissario tecnico e alle squadre che fanno questo grande lavoro, sperando che prima o poi il modello del Nord Europa venga importato anche qui in Italia.

foto Sportfoto.nl

 

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