Il 13 luglio 1967 il ciclismo britannico perse uno dei suoi campioni più importanti. Tom Simpson aveva 29 anni quando crollò durante la salita del Mont Ventoux, nella tredicesima tappa del Tour de France. La sua morte cambiò per sempre il modo in cui il ciclismo avrebbe guardato al doping, alla fatica e al prezzo da pagare per continuare a correre oltre il proprio limite.
Il gruppo sale verso il Mont Ventoux sotto un sole implacabile. La strada attraversa una montagna che, con la sua cima spoglia e il paesaggio quasi lunare, sembra non appartenere alla Provenza. Il caldo è opprimente e la salita non concede tregua.
Tom Simpson è ancora in gara.
Il britannico ha già alle spalle una carriera che lo ha trasformato in uno dei corridori più importanti della sua generazione. È stato campione del mondo nel 1965, ha vinto il Giro delle Fiandre, la Milano-Sanremo e il Giro di Lombardia, oltre alla Parigi-Nizza conquistata pochi mesi prima. In Gran Bretagna è uno dei volti più riconoscibili del ciclismo e al Tour del 1967 è il leader della squadra britannica.
Quel giorno, però, qualcosa non funziona.
Simpson aveva avuto problemi intestinali durante il Tour e non era nelle condizioni migliori. La fatica accumulata si somma al caldo e alla durezza della salita. A pochi chilometri dalla vetta comincia a perdere terreno rispetto ai migliori, ma continua a pedalare.
Il Mont Ventoux non è ancora diventato il monumento del Tour che conosciamo oggi. È già una salita terribile, ma quel 13 luglio diventerà qualcosa di diverso: il luogo nel quale il ciclismo professionistico si troverà faccia a faccia con le conseguenze più estreme di una cultura sportiva in cui fermarsi può sembrare una sconfitta.
Simpson perde il controllo della bicicletta e cade.
La macchina della squadra britannica è poco distante. Il meccanico Harry Hall scende e lo aiuta a rimettersi in sella. Simpson riparte, ma dopo poche centinaia di metri torna a cedere. Il suo corpo non riesce più a sostenere lo sforzo.
Eppure continua.
È questo il particolare che rende ancora oggi così difficile raccontare quella giornata. Non c’è un unico momento nel quale tutto cambia. C’è una progressiva perdita di controllo, mentre Simpson continua a chiedere al proprio corpo qualcosa che il corpo non è più in grado di dare.
Poco dopo crollerà definitivamente.
Tom Simpson e il Mont Ventoux: una carriera costruita oltre la Manica
Per capire cosa accadde quel giorno bisogna tornare indietro, molto prima di quella salita.
Tom Simpson era nato il 30 novembre 1937 a Haswell, nel County Durham. Proveniva da un ambiente lontano dai grandi centri del ciclismo continentale, ma aveva capito presto che per diventare un professionista avrebbe dovuto lasciare la Gran Bretagna e trasferirsi dove le corse erano parte della cultura quotidiana.
Negli anni Cinquanta e Sessanta il ciclismo britannico professionistico aveva un peso molto inferiore rispetto a quello di Belgio, Francia e Italia. Simpson attraversò la Manica e costruì la propria carriera in Belgio, diventando progressivamente una figura rispettata anche nei grandi appuntamenti internazionali.
Non era soltanto uno specialista delle salite. Era un corridore completo, capace di andare forte nelle classiche, nelle cronometro e nelle corse a tappe. Nel 1961 vinse il Giro delle Fiandre; nel 1964 arrivò il successo alla Milano-Sanremo e nel 1965 conquistò il titolo mondiale su strada. Nello stesso anno vinse anche il Giro di Lombardia.
Quella vittoria mondiale lo trasformò definitivamente in una celebrità dello sport britannico.
Due anni più tardi Simpson arrivò al 1967 con una condizione che sembrava confermare di essere ancora nel pieno della sua maturità agonistica. Vinse la Parigi-Nizza e conquistò due tappe della Vuelta a España. Il Tour de France avrebbe dovuto rappresentare un’altra occasione per lasciare il segno.
La tredicesima tappa partiva da Marsiglia e arrivava a Carpentras dopo 211,5 chilometri, con il Mont Ventoux inserito nel percorso. Era una giornata nella quale la temperatura e la salita avrebbero messo a dura prova tutti i corridori.
Il medico del Tour, Pierre Dumas, aveva percepito già quella mattina quanto potesse essere pericolosa la combinazione tra caldo e sostanze stimolanti, diffuse nel ciclismo dell’epoca. La questione del doping, allora, non era ancora affrontata con i controlli e i protocolli che sarebbero arrivati negli anni successivi.
Era una realtà molto più ambigua.
Le sostanze stimolanti facevano parte della cultura di una parte del ciclismo professionistico. I corridori le utilizzavano per combattere la stanchezza, restare svegli e continuare a pedalare quando il corpo avrebbe suggerito di rallentare. Non esistevano ancora i controlli sistematici che oggi associamo al professionismo e il confine tra una preparazione considerata normale e una pratica pericolosa era spesso indistinto.
Simpson conosceva quella realtà.
Come molti suoi contemporanei, aveva fatto ricorso a sostanze dopanti nel corso della carriera. Il problema è che quel giorno non era soltanto stanco. Era debilitato, correva in condizioni di caldo estremo e stava affrontando una delle salite più dure del Tour. Gli accertamenti successivi avrebbero trovato nel suo organismo tracce di anfetamine e alcol, una combinazione che, insieme agli altri fattori, contribuì alla sua morte.
La tragedia, quindi, non può essere ridotta alla semplice formula “morì per il caldo”.
Il caldo fu una parte fondamentale della storia, ma non fu l’unico elemento.
Il crollo di Simpson e il momento che cambiò il ciclismo
Quando Simpson ricomincia a pedalare dopo la prima caduta, la corsa continua intorno a lui.
È questo uno degli aspetti più difficili da comprendere con gli occhi di oggi.
Il Tour non si ferma. Gli altri corridori continuano a salire, mentre il britannico cerca disperatamente di mantenere il proprio ritmo. Gli spettatori sono ammassati ai bordi della strada e incitano i corridori. Simpson appare sempre più provato, ma insiste.
A quel punto non sta più combattendo per una posizione.
Sta combattendo contro il proprio limite.
Le testimonianze raccolte dopo la tragedia raccontarono di un corridore ormai incapace di controllare completamente la bicicletta. Harry Hall fu tra le persone che lo videro cadere e cercarono di aiutarlo. Il medico Pierre Dumas intervenne quando divenne evidente che non si trattava più di una semplice crisi di gara.
Simpson crollò a circa un chilometro dalla vetta.
I soccorritori tentarono di rianimarlo sul posto. Fu quindi trasportato in elicottero verso l’ospedale di Avignone, ma ogni tentativo di salvarlo risultò inutile. Tom Simpson morì il 13 luglio 1967, a 29 anni.
La notizia raggiunse rapidamente il traguardo di Carpentras.
Il Tour aveva appena perso uno dei suoi uomini più importanti.
Ma insieme a Simpson era crollata anche una certa idea del ciclismo.
La morte provocò uno shock enorme in Francia e in Gran Bretagna. Simpson non era un corridore sconosciuto: era un campione del mondo, un vincitore delle grandi classiche e uno degli atleti britannici più affermati del momento. La sua morte rese impossibile continuare a considerare il ricorso alle sostanze stimolanti come una questione privata dei corridori.
Gli esami autoptici confermarono la presenza di anfetamine e alcol. La combinazione con il caldo, la disidratazione, lo sforzo estremo e le condizioni fisiche già compromesse aveva creato una situazione fatale. La vicenda contribuì ad accelerare l’introduzione dei controlli antidoping nel ciclismo: dal 1968 iniziarono controlli sistematici nelle principali competizioni, compresi Giro d’Italia e Tour de France.
Ma la lezione più dolorosa arrivò da ciò che era successo sulla strada.
Simpson era caduto.
Era stato aiutato a risalire.
E aveva continuato.
Oggi quel gesto viene osservato con una consapevolezza diversa. Il ciclismo moderno ha imparato, almeno in parte, che esistono situazioni nelle quali la volontà di arrivare non è una virtù. Fermarsi può essere la decisione più importante che un atleta possa prendere.
Il Mont Ventoux conserva ancora oggi il ricordo di quella giornata. A poca distanza dal punto in cui Simpson morì è stato eretto un memoriale diventato, nel corso degli anni, una meta per migliaia di ciclisti. Chi sale fin lassù lascia spesso una borraccia, una bandiera, una fotografia o un piccolo ricordo. Non è soltanto un monumento a un campione britannico: è diventato un luogo nel quale il ciclismo ricorda quanto possa essere sottile il confine tra coraggio e autodistruzione.
Il giorno dopo la morte di Simpson, il Tour ripartì.
La corsa non poteva fermarsi.
Ma qualcosa era cambiato.
Il britannico non sarebbe più tornato in gruppo, naturalmente, e il suo nome sarebbe rimasto legato per sempre a quella montagna. La sua morte avrebbe segnato una generazione di corridori e avrebbe contribuito a modificare il rapporto tra ciclismo professionistico, doping e sicurezza.
Quando oggi un corridore affronta il Mont Ventoux e passa davanti al memoriale, la salita assume un significato diverso.
Ci sono le pendenze, il vento, il caldo e la fatica. Ci sono i chilometri che mancano alla vetta.
E poi c’è quella storia.
Tom Simpson è ancora lì, in qualche modo, lungo la strada.
Non come simbolo di un ciclismo da imitare, né come semplice vittima di un’epoca diversa, ma come memoria di ciò che può accadere quando la volontà di continuare supera la capacità del corpo di sopportare lo sforzo.
Il Ventoux è rimasto una montagna del Tour.
Quel giorno è diventato anche il luogo in cui il ciclismo ha dovuto guardare in faccia una delle sue verità più scomode.
