Terza al Tour de France Femmes 2026, Elisa Longo Borghini ha messo un altro pezzo importante in una carriera già piena di vittorie. Ma il suo posto sul podio di Nizza racconta soprattutto il carattere di una ciclista abituata a cercare le strade più difficili, senza mai avere troppa fretta di spiegare quanto sia forte.
A un certo punto della carriera può capitare che non ci sia più molto da dimostrare. Elisa Longo Borghini quel punto lo aveva probabilmente raggiunto da un pezzo, anche se guardandola correre non lo si direbbe.
Ha vinto il Giro delle Fiandre due volte, la Parigi-Roubaix, la Strade Bianche, il Trofeo Binda. Ha conquistato il Giro d’Italia Women nel 2024 e nel 2025, ha preso due medaglie di bronzo olimpiche e ha aggiunto altri piazzamenti importanti nei Mondiali. Nel febbraio di quest’anno ha vinto anche l’UAE Tour Women.
Eppure, fino a ieri, c’era una cosa che mancava.
Il podio del Tour de France Femmes.
È arrivato a Nizza, al termine di una corsa che sembrava poterle sfuggire proprio all’ultimo momento. Marlen Reusser, terza nella generale prima della tappa conclusiva, è caduta nella discesa dal Col d’Èze e ha perso un’enorme quantità di tempo. Longo Borghini ha approfittato della situazione e ha chiuso il Tour al terzo posto, alle spalle di Demi Vollering e Katarzyna Niewiadoma-Phinney.
Il ciclismo è anche questo. A volte il risultato che aspetti per anni non arriva con un attacco a cinquanta chilometri dall’arrivo, ma dopo una discesa nella quale una rivale cade e la classifica cambia improvvisamente.
Non c’è niente di meno importante in questo. È semplicemente il modo in cui funziona una corsa.
E forse è proprio per questo che il terzo posto di Longo Borghini le sta bene.
Perché Elisa è sempre stata una ciclista capace di stare dentro le situazioni complicate.
Elisa Longo Borghini: una che con le strade difficili va d’accordo
Se si dovesse scegliere una sola parola per raccontare Elisa Longo Borghini, “resistenza” sarebbe probabilmente una buona candidata.
Non soltanto resistenza fisica. Anche quella serve, naturalmente, e parecchia. Ma c’è qualcosa nel suo modo di correre che la porta quasi naturalmente verso le gare nelle quali le cose cominciano a diventare complicate.
Pietre, fango, vento, salite, discese, freddo. Non sembra avere una particolare esigenza di trovare una corsa comoda.
Anzi, è diventata grande soprattutto nelle giornate nelle quali il ciclismo smette di essere ordinato.
La sua prima grande vittoria al Giro delle Fiandre arrivò nel 2015, quando aveva 23 anni. Nove anni dopo, nel 2024, tornò a vincere la stessa corsa. Nel mezzo c’è stata una carriera nella quale ha imparato a fare praticamente tutto: andare forte in salita, stare davanti sul pavé, leggere una classica e reggere tre settimane di corsa. Nel 2022 è arrivata anche la vittoria nella prima Parigi-Roubaix Femmes.
È difficile trovare una definizione più precisa di “corridore completo”.
Eppure Longo Borghini non ha mai avuto l’aria della ciclista che deve necessariamente vincere ogni domenica.
Forse perché il suo modo di correre è un po’ più antico. Ha qualcosa della ciclista che vuole prima di tutto esserci quando la corsa diventa una faccenda seria.
Poi si vedrà.
È una caratteristica che si è vista anche nella sua storia olimpica. A Rio 2016 arrivò terza nella prova su strada, risultato replicato cinque anni più tardi a Tokyo. Non ha mai vinto la medaglia olimpica più preziosa, ma è riuscita a salire due volte sul podio in due edizioni diverse, un risultato che racconta bene la sua continuità ai massimi livelli.
Nel frattempo è diventata una delle figure di riferimento del ciclismo italiano. Senza fare troppo rumore.
Questo forse è uno degli aspetti più curiosi di Longo Borghini. È una campionessa da tantissimi anni, ma non ha mai avuto quell’atteggiamento da campionessa che sembra voler ricordare continuamente al mondo di esserlo.
Il palmarès lo fa già abbastanza bene.
È nata a Ornavasso, in Piemonte, il 10 dicembre 1991, in una famiglia nella quale lo sport era già una cosa seria. Sua madre, Guidina Dal Sasso, è stata una fondista olimpica; suo fratello Paolo è stato professionista nel ciclismo. Elisa è arrivata tra le élite nel 2011 e da allora ha costruito una carriera che ormai occupa un posto importante nella storia del ciclismo italiano.
Ma il cognome, alla fine, non basta. A pedalare era lei e lo ha fatto per quindici anni ad altissimo livello.
Il Tour e quella cosa che ancora mancava
Il rapporto con il Tour de France Femmes è stato più complicato rispetto a quello con molte altre grandi corse.
Nel 2026, però, Longo Borghini ci è arrivata con un curriculum che non lasciava molti dubbi sul suo ruolo. Aveva già vinto l’UAE Tour a febbraio e, poche settimane prima della Grande Boucle, aveva conquistato per la settima volta il titolo italiano su strada.
Il Tour, però, è un’altra cosa.
Nove tappe, una classifica generale da difendere, montagne, una cronometro e una quantità di piccoli problemi che possono trasformare una settimana perfetta in una settimana complicata nel giro di pochi chilometri.
Longo Borghini ha resistito.
Ha perso tempo, ne ha recuperato, ha dovuto gestire le giornate difficili e, dopo la tappa sul Mont Ventoux, si trovava ancora in lotta per il podio. Alla vigilia dell’ultima frazione era quarta nella generale, con Reusser davanti a lei.
Poi è arrivata Nizza.
La tappa finale aveva 10,3 chilometri conclusivi sul Col d’Èze e poi la discesa verso il traguardo. Vollering ha fatto la differenza davanti, conquistando anche la vittoria finale, mentre dietro la classifica cambiava per la caduta di Reusser. Longo Borghini ha così trovato il terzo posto della generale.
È il suo primo podio al Tour de France Femmes.
E forse la cosa più bella è che, dopo una settimana nella quale la pressione della classifica generale non le ha dato molto spazio per respirare, la prima cosa che ha pensato di fare è stata dormire.
“Una settimana sul divano”, in sostanza.
Una richiesta molto comprensibile dopo nove giorni di Tour.
Perché se c’è una cosa che la sua carriera racconta bene è che dietro la campionessa c’è una persona che sembra ancora capace di prendere il ciclismo con una certa normalità. Il podio non cancella la fatica, le cadute, le giornate storte, le aspettative e tutto quello che c’è stato prima.
La mette semplicemente in ordine: Giro, Fiandre, Roubaix, Olimpiadi, campionati italiani e adesso anche il Tour.
Non è la vittoria che mancava per completare una collezione. È qualcosa di più semplice: un altro posto importante in una carriera che non sembra ancora avere intenzione di fermarsi. A 34 anni Elisa Longo Borghini continua a essere lì, davanti, nelle corse che contano. Non sempre vince e non deve farlo. Il ciclismo non funziona così, soprattutto quando il livello è quello del Tour.
Ma quando la strada si fa dura, quando le gambe cominciano a pesare e la corsa diventa una questione di carattere, il suo nome continua a comparire.
Forse è questo il ritratto migliore.
Non quello della campionessa che ha vinto tutto.
Quello della ciclista che, dopo quindici anni di professionismo, continua a trovare un motivo per prendere la bici e infilarsi in una corsa difficile.
E adesso, finalmente, anche il Tour ha il suo posto nel racconto.