Il 5 giugno 1988 il Giro d’Italia attraversò il Passo Gavia sotto una bufera di neve destinata a entrare nella storia dello sport. Quella che doveva essere una tappa decisiva per la classifica generale si trasformò in una giornata ai limiti della resistenza umana, tanto che molti protagonisti, negli anni successivi, hanno raccontato di aver temuto soprattutto una cosa: riuscire a tornare a valle.
C’è una fotografia che, più di ogni altra, racconta il Gavia 1988.
In primo piano c’è Johan van der Velde. Ha il volto coperto di neve, le ciglia imbiancate e lo sguardo perso nel vuoto. Indossa una maglia a maniche corte, pantaloncini estivi e guanti troppo leggeri per affrontare ciò che lo aspetta. Alle sue spalle la montagna è scomparsa dentro una cortina bianca, mentre la strada si confonde con il paesaggio.
A guardarla oggi sembra uno scatto rubato a una gara invernale. In realtà è il 5 giugno e quello che si sta disputando è il Giro d’Italia.
Van der Velde è appena transitato per primo sulla cima del Passo Gavia. In qualunque altra tappa avrebbe avuto il tempo di assaporare il vantaggio conquistato sugli inseguitori. Quel giorno, invece, la corsa cambia natura proprio nel momento in cui la strada inizia a scendere.
Davanti a lui ci sono oltre venti chilometri verso Bormio. Non sa ancora che il freddo gli impedirà quasi di stringere i freni, costringendolo a fermarsi durante la discesa per cercare riparo dal gelo. Il vantaggio costruito con un’azione coraggiosa verrà cancellato dalla montagna, che in poche decine di minuti riscriverà la classifica e, soprattutto, metterà decine di corridori davanti a un problema molto più urgente della vittoria.
Arrivare al traguardo.
È questo il motivo per cui, a quasi quarant’anni di distanza, il Gavia 1988 continua a occupare un posto speciale nella memoria degli appassionati. Non è ricordato soltanto per la Maglia Rosa conquistata da Andrew Hampsten, né per il successo di tappa di Erik Breukink. Quella giornata è diventata il simbolo di un ciclismo che oggi sembra appartenere a un’altra epoca, quando il confine tra impresa e rischio era molto più sottile di quanto saremmo disposti ad accettare.
Il Passo Gavia era già una sfida, prima ancora che arrivasse la neve
Il Passo Gavia non aveva bisogno del maltempo per essere temuto.
Con i suoi 2.621 metri di quota rappresentava già uno degli ostacoli più severi delle Alpi italiane. Alla fine degli anni Ottanta la salita era molto diversa da quella conosciuta oggi. Sul versante affrontato dal Giro gli ultimi chilometri erano ancora in parte sterrati, la carreggiata era stretta e i guardrail comparivano solo in alcuni tratti. Quando pioveva, il fondo diventava una miscela di fango, ghiaia e acqua che rendeva complicato mantenere la traiettoria, soprattutto in discesa.
Gli uomini di classifica aspettavano quella tappa da giorni.
La quattordicesima frazione, da Chiesa in Valmalenco a Bormio, misurava appena 120 chilometri, ma concentrava tutte le difficoltà nella seconda parte del percorso. In testa alla generale c’era Franco Chioccioli, mentre alle sue spalle scalatori come Andrew Hampsten vedevano nel Gavia l’occasione per cambiare il destino del Giro.
Le previsioni meteorologiche, però, lasciavano più di un dubbio.
Nei giorni precedenti era stato annunciato un sensibile abbassamento delle temperature e in quota era già caduta neve. Durante la notte gli spartineve avevano lavorato per mantenere aperta la strada e, alle prime luci del mattino, il valico risultava percorribile. Gli organizzatori decisero quindi di confermare il passaggio sul Gavia, una scelta che ancora oggi continua ad alimentare il dibattito tra chi la considera inevitabile e chi ritiene che la sicurezza avrebbe dovuto avere la priorità.
Con il senno di poi è facile giudicare quella decisione. Più difficile è mettersi nei panni di chi, quella mattina, osservava un cielo grigio senza poter immaginare quanto rapidamente il tempo sarebbe peggiorato.
La pioggia accompagnò il gruppo fin dalla partenza, ma all’inizio nessuno sembrava particolarmente preoccupato. Correre sotto l’acqua faceva parte del mestiere. Il problema era capire cosa sarebbe successo una volta superati i duemila metri.
All’epoca l’equipaggiamento offriva ben poche protezioni. Le moderne giacche impermeabili e traspiranti erano ancora lontane dall’arrivare nel ciclismo professionistico. Molti corridori affrontavano le tappe di montagna con una semplice mantellina in plastica trasparente, guanti sottili e copriscarpe che, dopo pochi chilometri sotto la pioggia, lasciavano comunque passare l’acqua.
Quando gli indumenti si bagnavano, trattenere il calore diventava quasi impossibile.
Tra le poche squadre ad aver preso sul serio le previsioni c’era la 7-Eleven. Il direttore sportivo Mike Neel e il medico Max Testa decisero di preparare un piano alternativo: indumenti asciutti, guanti più pesanti, cappellini di lana e perfino occhiali da sci da consegnare ai corridori prima della discesa.
A molti sembrò un eccesso di prudenza.
Poche ore dopo si sarebbe rivelata una delle intuizioni più importanti dell’intero Giro.
Nel frattempo il gruppo iniziava ad arrampicarsi lungo le prime rampe del Passo Gavia. La pioggia diventava sempre più fitta e, salendo di quota, il rumore dell’acqua lasciava lentamente spazio a quello dei fiocchi di neve che iniziavano a cadere sull’asfalto.
All’inizio nessuno ci fece troppo caso.
In montagna una breve nevicata, anche a giugno, non era un evento eccezionale. Bastavano poche centinaia di metri di dislivello perché il paesaggio cambiasse completamente. Quella mattina, però, non si trattava di un episodio passeggero.
Tornante dopo tornante la nevicata aumentò d’intensità. Le cime scomparvero tra le nuvole, la carreggiata iniziò a imbiancarsi e il vento rese ancora più difficile la progressione. I corridori continuavano a pedalare con i vestiti ormai completamente fradici, mentre mani e piedi perdevano lentamente sensibilità.
Il gruppo non stava più affrontando soltanto una delle salite simbolo del Giro d’Italia.
Stava entrando in una tempesta.
E nessuno, in quel momento, poteva immaginare che la parte più dura della giornata non fosse la salita verso il Passo Gavia, ma la lunga discesa che attendeva i corridori dall’altra parte della montagna.
Quando il Gavia smise di essere una corsa e diventò una prova di resistenza
A rompere gli equilibri fu Johan van der Velde.
L’olandese della Gis Gelati scattò lungo la salita con l’istinto che aveva sempre caratterizzato il suo modo di correre. Attaccò quando la strada iniziava a imbiancarsi e, chilometro dopo chilometro, scavò un margine sugli uomini di classifica. Nessuno riuscì a seguirlo. Mentre il gruppo si sfilacciava sotto la neve, lui continuava a guadagnare terreno.
Raggiunse il Passo Gavia per primo.
Per qualche istante sembrò l’uomo destinato a vincere la tappa.
Fu un’illusione.
Van der Velde aveva affrontato la salita con un abbigliamento ridotto al minimo. Come molti altri corridori non volle perdere tempo per indossare indumenti più pesanti, convinto che la discesa sarebbe durata troppo poco per compromettere la sua azione. Era una scelta comune nel ciclismo di quegli anni, quando fermarsi all’ammiraglia significava spesso dire addio a qualsiasi ambizione di classifica.
Il problema era che nessuno aveva mai affrontato una discesa come quella.
Sul versante verso Bormio il vento diventava ancora più tagliente. L’acqua accumulata nei vestiti sottraeva rapidamente calore al corpo e, con l’aumentare della velocità, la temperatura percepita crollava ulteriormente. Le mani erano le prime a cedere. Stringere le leve dei freni richiedeva uno sforzo sempre maggiore, mentre il manubrio sembrava scivolare tra dita ormai quasi insensibili.
Anni dopo Van der Velde avrebbe raccontato di non riuscire più a controllare il proprio corpo. Il freddo era diventato così intenso da costringerlo a fermarsi lungo la discesa e cercare rifugio all’interno di un camper parcheggiato a bordo strada. Solo dopo essersi riscaldato riuscì a ripartire, ma la sua corsa era ormai compromessa.
Quell’immagine racconta meglio di qualsiasi classifica cosa stesse accadendo sul Gavia.
Il primo uomo in vetta non stava più lottando per vincere.
Stava cercando di recuperare la sensibilità nelle mani.
Alle sue spalle la situazione era, se possibile, ancora più drammatica.
Tra i corridori che affrontavano la salita c’era anche Andrew Hampsten. L’americano non aveva seguito l’attacco di Van der Velde, preferendo mantenere il proprio ritmo. Una scelta dettata dalla prudenza, ma anche dalla consapevolezza di avere una squadra preparata a condizioni che molti avevano sottovalutato.
La 7-Eleven aveva predisposto un cambio d’abbigliamento prima della discesa. Guanti asciutti, copricapo e occhiali da sci permisero a Hampsten di affrontare il tratto più pericoloso con qualche protezione in più rispetto agli avversari. Non fu sufficiente a evitare il freddo, ma contribuì a limitarne gli effetti.
Più tardi Hampsten avrebbe definito quella giornata «probabilmente il giorno più duro che abbia mai vissuto in bicicletta». Non parlò di impresa o di eroismo. Parlò della difficoltà di restare lucido mentre il corpo smetteva progressivamente di rispondere.
Le sue parole trovano conferma nei racconti di molti altri protagonisti.
Bob Roll, compagno di squadra dell’americano, ricordò di aver iniziato a tremare in modo incontrollabile durante la discesa. Il freddo era così intenso da impedirgli quasi di vedere la strada. In un’intervista rilasciata anni dopo raccontò di aver pensato che, se si fosse fermato troppo a lungo, forse non sarebbe più riuscito a ripartire.
Anche chi seguiva la corsa dalle ammiraglie comprese rapidamente che qualcosa stava andando oltre ogni previsione.
Massaggiatori e direttori sportivi distribuivano tutto ciò che avevano a disposizione: giacche, coperte, cappelli, borracce con bevande calde. Alcuni corridori cercavano di infilare i giornali sotto la maglia per trattenere un po’ di calore, una pratica diffusa prima dell’arrivo dei moderni capi tecnici. Altri si fermavano pochi secondi per cambiare i guanti, sperando che bastasse a recuperare sensibilità nelle mani.
Ma il gelo continuava ad avanzare più velocemente di qualsiasi rimedio improvvisato.
In quelle condizioni anche gesti banali diventavano difficili. Cambiare rapporto richiedeva uno sforzo supplementare. Frenare prima di un tornante non era più un automatismo. Alcuni corridori raccontarono di avere le dita così rigide da dover azionare i freni con l’intera mano, mentre altri faticavano persino a sganciare i piedi dai pedali quando erano costretti a rallentare.
La discesa verso Bormio sembrava non finire mai.
Quando i primi atleti iniziarono ad arrivare al traguardo, l’attenzione non era rivolta al cronometro. Molti vennero immediatamente accompagnati verso le ambulanze o negli autobus delle squadre per essere riscaldati. Alcuni avevano evidenti sintomi di ipotermia, altri riuscivano a malapena a parlare. Medici e massaggiatori lavoravano senza sosta per riportare gradualmente la temperatura corporea a livelli normali.
In mezzo a quel caos si delineava anche il nuovo volto della classifica.
Erik Breukink conquistò la vittoria di tappa, mentre Andrew Hampsten indossò la Maglia Rosa, diventando il primo statunitense a riuscirci nella storia del Giro d’Italia. Sarebbe poi riuscito a difenderla fino a Milano, completando un’impresa destinata a cambiare la percezione del ciclismo americano in Europa.
Eppure, per diverse ore, il risultato sportivo rimase quasi sullo sfondo.
Le immagini che fecero il giro del mondo non furono quelle dell’arrivo di Breukink o della nuova Maglia Rosa. Furono quelle dei corridori avvolti nelle coperte, con il volto segnato dal gelo e le mani incapaci di afferrare una tazza di tè caldo.
Fu in quel momento che il Gavia 1988 smise di appartenere soltanto alla storia del Giro d’Italia.
Entrò, definitivamente, nella storia dello sport.

L’eredità del Gavia 1988: la tappa che continua a dividere il ciclismo
Nelle ore successive all’arrivo, il dibattito iniziò ancora prima che i corridori riuscissero a recuperare completamente dal freddo.
C’era chi parlava di una delle pagine più grandi della storia del Giro d’Italia e chi, al contrario, sosteneva che quella tappa non avrebbe mai dovuto disputarsi in quelle condizioni. Le opinioni erano diverse, ma un punto metteva tutti d’accordo: nessuno ricordava di aver vissuto qualcosa di simile in una corsa a tappe.
Tra le voci più critiche ci fu quella di Franco Chioccioli. Il toscano, partito in Maglia Rosa, perse il simbolo del primato proprio sul Gavia e negli anni successivi ribadì più volte che la tappa avrebbe dovuto essere neutralizzata. Non mise mai in discussione il valore della prestazione di Andrew Hampsten, ma ritenne che il maltempo avesse superato il limite entro il quale una competizione sportiva può considerarsi sicura.
Anche altri protagonisti ricordarono quella giornata più per il freddo che per la fatica. Alcuni raccontarono di aver impiegato ore prima di recuperare sensibilità alle mani e ai piedi. Altri confessarono di non ricordare con precisione gli ultimi chilometri della discesa, come se il gelo avesse cancellato parte dei ricordi.
Hampsten, pur avendo costruito sul Gavia la vittoria più importante della sua carriera, non ha mai trasformato quella giornata in un racconto eroico. Più volte ha spiegato che la differenza fu fatta anche dalla preparazione della sua squadra, che aveva intuito il rischio di un brusco peggioramento del tempo. Avere guanti asciutti, indumenti più pesanti e una migliore protezione durante la discesa non eliminò il problema, ma gli permise di affrontarlo in condizioni migliori rispetto a molti avversari.
È un dettaglio che spesso passa in secondo piano quando si ricorda quella tappa.
Si parla della neve, delle fotografie e dell’impresa sportiva, ma meno del lavoro svolto dietro le quinte da tecnici, medici e direttori sportivi. Il Gavia 1988 dimostrò che, in alta montagna, la preparazione non riguarda soltanto la condizione atletica. Anche la scelta dell’equipaggiamento può decidere il destino di una corsa.
Un ciclismo che appartiene a un’altra epoca
Guardare oggi le immagini del Gavia significa osservare uno sport profondamente diverso.
Nel 1988 i caschi rigidi non erano ancora obbligatori, i tessuti tecnici erano agli inizi del loro sviluppo e le informazioni meteorologiche non avevano la precisione di oggi. Una volta partiti, organizzatori e squadre disponevano di strumenti molto più limitati per seguire l’evoluzione del tempo in alta quota.
Oggi uno scenario simile verrebbe probabilmente gestito in modo diverso.
Negli ultimi decenni il ciclismo professionistico ha introdotto protocolli meteo più rigorosi, procedure condivise tra organizzatori, giuria e rappresentanti dei corridori, oltre a un equipaggiamento capace di offrire una protezione impensabile negli anni Ottanta. Le decisioni di modificare o neutralizzare una tappa in presenza di condizioni estreme sono diventate molto più frequenti, proprio perché la sicurezza ha assunto un ruolo centrale nell’organizzazione delle grandi corse.
Sarebbe però sbagliato attribuire questo cambiamento a una sola giornata.
Il Passo Gavia del 1988 non rivoluzionò da solo il regolamento del ciclismo. Fu, piuttosto, uno degli episodi che contribuirono ad alimentare una riflessione destinata a crescere negli anni successivi. Ogni corsa disputata sotto pioggia, neve o caldo estremo ha aggiunto un tassello a un percorso che continua ancora oggi.
Perché il Gavia è rimasto nella memoria degli appassionati
Ogni grande corsa ha i suoi luoghi simbolo.
Il Tour de France viene spesso associato all’Alpe d’Huez, al Galibier o al Mont Ventoux. Il Giro d’Italia ha costruito la propria leggenda sullo Stelvio, sul Mortirolo, sullo Zoncolan e, naturalmente, sul Passo Gavia.
Eppure, quando si pronuncia il nome di quel valico, il pensiero torna quasi sempre al 5 giugno 1988.
Non al vincitore di tappa.
Non ai distacchi in classifica.
Nemmeno alla conquista della Maglia Rosa da parte di Hampsten.
Le immagini che sono rimaste impresse nella memoria collettiva raccontano altro: la neve che cade sempre più fitta, Van der Velde costretto a fermarsi durante la discesa, i corridori avvolti nelle coperte all’arrivo, i volti segnati dal gelo e la sensazione, condivisa da molti protagonisti, che quel giorno il risultato sportivo fosse diventato secondario.
È forse questo il motivo per cui il Gavia 1988 continua a essere raccontato, discusso e studiato a distanza di quasi quarant’anni. Non rappresenta soltanto una delle tappe più dure della storia del Giro d’Italia. È il ricordo di una giornata in cui la montagna impose le proprie regole a tutti, senza fare distinzioni tra campioni, gregari o uomini di classifica.
Il ciclismo è fatto di numeri, classifiche e vincitori. Ma ci sono giornate in cui tutto questo passa in secondo piano. Il Gavia 1988 appartiene a quella categoria. Una tappa che ha consegnato la Maglia Rosa ad Andrew Hampsten, ma che il tempo ha trasformato in qualcosa di ancora più grande: una storia che continua a interrogare il ciclismo sul sottile confine tra il fascino dell’impresa e il dovere di proteggere chi la rende possibile.