Nel 1924 una donna prese il via al Giro d’Italia insieme agli uomini. Si chiamava Alfonsina Strada e arrivò a Milano dopo aver affrontato oltre 3.600 chilometri, strade difficili e una corsa nella quale non avrebbe dovuto nemmeno esistere. Quando fu esclusa dalla classifica, però, non si fermò. Continuò a pedalare fino al traguardo.
La mattina del 10 maggio 1924, a Milano, tra i corridori schierati alla partenza del Giro d’Italia ce n’era uno che attirava gli sguardi più degli altri.
Aveva il numero 72.
Si chiamava Alfonsina Strada.
Non era una principiante capitata per caso dentro una grande corsa. Aveva già alle spalle anni di gare, vittorie contro uomini, partecipazioni a competizioni importanti e una reputazione costruita pedalando in un’epoca nella quale una donna in bicicletta poteva ancora essere considerata una stranezza.
Il problema era che il Giro non era una gara qualunque.
Nel 1924 la corsa era lunga 3.613 chilometri, distribuiti in dodici tappe. Le strade erano in gran parte lontanissime dagli standard moderni, le biciclette non avevano i cambi di velocità che oggi consideriamo indispensabili e i corridori dovevano affrontare giornate che potevano superare abbondantemente le dieci ore in sella.
Su novanta partenti, soltanto trenta sarebbero stati classificati al termine della corsa.
Tra loro, almeno all’inizio, c’era anche Alfonsina Strada.
La sua presenza non era soltanto una novità sportiva. Era una sfida a un’idea molto più grande: quella secondo cui certe fatiche, certe gare e perfino certe strade appartenevano esclusivamente agli uomini.
Alfonsina Strada prima del Giro: una bicicletta contro le convenzioni
Alfonsina era nata il 16 marzo 1891 a Riolo di Castelfranco Emilia, in una famiglia numerosa di condizioni modeste. La bicicletta entrò presto nella sua vita e quella che per molti era semplicemente un mezzo di trasporto diventò per lei qualcosa di diverso.
Diventò una possibilità.
Cominciò a correre nelle competizioni locali e ben presto attirò l’attenzione per la sua capacità di misurarsi con gli uomini. Il soprannome che le venne attribuito, “il diavolo in gonnella”, dice già molto sull’epoca nella quale si trovava a vivere: non era soltanto una ciclista veloce, era una donna che stava occupando uno spazio che la società considerava maschile.
La famiglia non vedeva di buon occhio quella passione. Alfonsina, però, continuò.
Nel 1915 sposò Luigi Strada, che al contrario la sostenne nella sua attività sportiva. Il matrimonio segnò anche l’inizio di una fase nella quale Alfonsina poté dedicarsi con maggiore continuità al ciclismo.
Il suo nome cominciò a circolare oltre i confini dell’Emilia.
Nel 1917 e nel 1918 partecipò al Giro di Lombardia, confrontandosi direttamente con gli uomini. Nel 1911 aveva inoltre stabilito quello che le fonti dell’epoca indicarono come record mondiale di velocità femminile, raggiungendo oltre 37 chilometri orari. Era un risultato notevole, ma ancora più significativo era il fatto che Alfonsina continuasse a presentarsi al via di gare nelle quali la presenza femminile era tutt’altro che normale.
Non correva soltanto per dimostrare qualcosa agli altri.
Correva perché voleva correre.
E questa distinzione è importante per capire la sua storia.
Quando nel 1924 si aprì la possibilità di partecipare al Giro d’Italia, Alfonsina aveva già dimostrato di poter affrontare gare maschili. Il Giro, però, rappresentava un salto completamente diverso.
La corsa partiva in un momento particolare.
Le principali case ciclistiche e diversi grandi campioni avevano deciso di non partecipare a causa di un conflitto legato ai compensi e all’organizzazione. Il Giro si ritrovò così senza alcuni dei nomi più importanti del ciclismo italiano e venne aperto agli “isolati”, corridori che non disponevano del sostegno delle squadre.
Fu in questo contesto che la presenza di Alfonsina diventò possibile.
Il suo nome attirava curiosità, pubblico e attenzione dei giornali. Ma una volta partita, quella curiosità avrebbe dovuto trasformarsi in qualcosa di molto più concreto: pedalare.
Tappa dopo tappa, chilometro dopo chilometro.
La prima parte del Giro dimostrò che Alfonsina non era lì soltanto per fare notizia.
Nella Milano-Genova arrivò con un distacco importante dal vincitore, ma riuscì comunque a precedere diversi concorrenti. Nella Genova-Firenze concluse la tappa davanti ad altri corridori. Anche nelle frazioni successive continuò a resistere, mentre il gruppo iniziava inevitabilmente a ridursi.
Il Giro non faceva sconti a nessuno.
La strada nemmeno.
E Alfonsina continuava ad arrivare.
Poi arrivò la tappa che cambiò il suo destino.
L’Aquila-Perugia
La frazione era lunga e difficile, e il maltempo rese ancora più pesante una giornata già complicata. Alfonsina arrivò a Perugia fuori tempo massimo.
Secondo il regolamento, la sua corsa era finita.
Questa volta, però, il problema non era soltanto sportivo.
Da una parte c’era chi riteneva che il regolamento dovesse essere applicato come per tutti gli altri. Dall’altra c’era chi sapeva perfettamente cosa significasse estromettere dalla corsa l’unica donna che aveva attirato l’attenzione di migliaia di spettatori.
La decisione fu una soluzione a metà.
Alfonsina venne esclusa dalla classifica ufficiale, ma le fu consentito di continuare il viaggio verso Milano fuori gara. Il Giro aveva perso una concorrente classificata, ma non era riuscito a fermare la sua corsa.
E qui la storia cambia ancora.
Perché avrebbe potuto fermarsi.
Aveva già dimostrato quello che doveva dimostrare. Era arrivata fino a Perugia, aveva affrontato tappe durissime e aveva pedalato per centinaia di chilometri insieme agli uomini.
Invece continuò.
La sua presenza diventò sempre più particolare. Non correva più per una posizione nella classifica generale, ma il pubblico continuava ad aspettarla. I cronisti raccontavano il suo arrivo e gli spettatori la sostenevano lungo la strada.
Il regolamento poteva cancellare il suo nome dalla classifica.
Non poteva cancellare la sua presenza dal Giro.
Quando la corsa arrivò a Milano il 1° giugno, Alfonsina era ancora lì.
Il Giro d’Italia 1924 aveva avuto novanta partenti e soltanto trenta corridori classificati. Alfonsina non era tra loro, perché la sua esclusione era arrivata a Perugia. Ma aveva percorso comunque l’intero itinerario fino a Milano, trasformando quella partecipazione in qualcosa che andava oltre il risultato sportivo.
Il suo nome sarebbe rimasto nella storia.
Non perché avesse vinto.
Non perché fosse arrivata davanti ai grandi campioni.
Ma perché aveva fatto qualcosa che, fino a quel momento, nessun’altra donna aveva fatto al Giro d’Italia.
E soprattutto perché, quando le fu detto che la gara era finita, continuò a pedalare.
Il Giro finì, Alfonsina Strada no
La storia di Alfonsina avrebbe potuto concludersi quel giorno a Milano.
In realtà fu soltanto l’inizio della sua leggenda.
La partecipazione al Giro del 1924 la trasformò in un personaggio conosciuto ben oltre l’ambiente delle corse. Dopo quella esperienza continuò a gareggiare e a esibirsi, sfruttando anche la notorietà conquistata durante il Giro.
Nel 1938, a 47 anni, stabilì a Longchamp il record dell’ora femminile, percorrendo 35,28 chilometri. Era passato più di un decennio dalla sua giornata più famosa, ma Alfonsina non aveva ancora smesso di misurarsi con la bicicletta.
La sua carriera, però, non va letta soltanto attraverso i record.
La cosa più difficile da comprendere oggi è il contesto.
Nel 1924 una donna non doveva soltanto essere abbastanza forte per affrontare una corsa di oltre 3.600 chilometri. Doveva prima riuscire a convincere qualcuno che avesse il diritto di provarci.
Alfonsina dovette superare entrambe le prove.
La prima era fisica: resistere alla strada, alla distanza, alla fatica e alle condizioni di gara.
La seconda era culturale: dimostrare che il fatto di essere donna non rendeva automaticamente impossibile affrontare una gara maschile.
Non vinse il Giro.
Non avrebbe potuto farlo, perché la sua partecipazione non si concluse con una classifica ufficiale.
Ma quella distinzione, col passare degli anni, è diventata quasi irrilevante.
Quando si ricorda il Giro d’Italia 1924, il nome di Giuseppe Enrici compare nell’albo d’oro. È lui il vincitore della corsa.
Quando invece si racconta la storia di quella stessa edizione, il nome di Alfonsina Strada torna inevitabilmente a galla.
È il paradosso della sua vicenda. Il Giro che non poté considerarla una concorrente fino alla fine le consegnò comunque un posto permanente nella propria storia.
Alfonsina morì a Milano il 13 settembre 1959, a 68 anni. Aveva trascorso quasi tutta la vita accanto alla bicicletta, prima come ragazza che sfidava i pregiudizi della propria epoca, poi come atleta e infine come simbolo di un ciclismo che ancora non aveva imparato a immaginare le donne sulla stessa linea di partenza degli uomini.
Oggi il ciclismo femminile ha conquistato palcoscenici, pubblico e competizioni che nel 1924 sarebbero stati difficili perfino da immaginare.
Ma quando una donna prende il via di una grande corsa, dietro quella partenza c’è anche una parte della strada percorsa da Alfonsina.
Non perché sia stata la prima a vincere.
Non perché sia stata la più forte.
Ma perché, in un’epoca nella quale qualcuno aveva già deciso quale dovesse essere il suo posto, lei prese una bicicletta e andò dall’altra parte della strada.
Il Giro del 1924 finì a Milano.
La corsa di Alfonsina Strada, invece, sarebbe durata molto più a lungo.